Che cosa si può dire di un libro del genere?
Proprio non saprei da che parte cominciare.
La prima cosa che mi viene in mente è Ma come diavolo è che non l’ho letto prima d’ora?
Navigando in internet qua e là, è diffusa la descrizione di questo romanzo come quello che, scandalizzando i più, si è imposto e si impone ancora oggi come la miglior rappresentazione del Novencento, un successo mondiale in bilico tra entusiasmi e contrasti feroci. Pare che lo scandalo sia proprio nella descrizione lucida e meticolosa, assolutamente cinica e pessimistica, del mondo, della società, delle persone, delle relazioni umane.
La trama è anche piuttosto semplice, presa esclusivamente come trama della storia. Le vicende del giovane Ferdinand Bardamu che, attraverso la Prima Guerra Mondiale, l’Africa Coloniale, l’America del dopoguerra e la professione medica a Parigi, nascondono rivelano, ripeto, con estrema e cinica lucidità, il sentimento della vita e la disperazione nei confronti di un secolo che ne ha viste e ne vedrà di cotte e di crude. E nella sospensione della notte, del tempo notturno, in cui tutto prende forme e suoni all’ennesima potenza, la cinica lucidità si fa ancora più forte e sempre più convinta che non ci sia alcuna speranza per l’umanità.
La scelta di un linguaggio diretto, quello del parlato quotidiano, sia nei dialoghi che nelle descrizioni, lo rende ancora più accattivante, rasentando quasi una comicità che racchiude in realtà una disperazione assoluta.
E’ totale. Un’opera massima.
Ci sono per il povero a ‘sto mondo due grandi modi di crepare, sia con l’indifferenza generale dei suoi simili in tempo di pace, sia con la passione omicida dei medesimi quando vien la guerra.
Il mondo sa solo ucciderti come un dormiente quando si gira, il mondo, su di te, come un dormiente uccide le sue pulci.
È con gli odori che finiscono gli esseri, i paesi e le cose. Tutte le avventure se ne vanno per il naso.
La verità, è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi io.
Non bisogna credere che è facile addormentarsi una volta che ti sei messo a dubitare di tutto, soprattutto a causa di tutte quelle paure che ti hanno fatto.
Bisognerebbe proprio chiudere il mondo per due o tre generazioni almeno se non ci fossero più bugie da raccontare. Non ci sarebbe più niente da dirsi o quasi.
E la musica è tornata nella festa, quella che senti fin dove arriva il ricordo dei tempi che eri piccolo, quella che s’arresta mai qua o là, nei cantucci della città, nei posticini della campagna, dovunque i poveri vadano a sedersi alla fine della settimana, per sapere quello che sono diventati. Un paradiso! gli dicono. E poi fanno andare della musica per loro, un po’ qui un po’ là, da una stagione all’altra, ha un rumore metallico, macina tutto quel che l’anno prima faceva ballare i ricchi. E’ la musica meccanica che vien giù dai cavalli di legno, dalle automobiline che non lo sono, dalle montagne che non sono russe e dal palco del lottatore che non ha bicipiti e non viene da Marsiglia, dalla donna che non è barbuta, dal mago che è cornuto, dall’organo che non è in oro, dietro il tiro a segno con le uova vuote. E’ la festa ingannapopolo del fine settimana. E vanno pure a berla la birra senza schiuma! Ma il cameriere, lui, ha davvero il fiato che puzza sotto i boschetti finti. E le monete che dà di restocontengono dei pezzi strani, così strani che non la finisci di studiarli per settimane e settimane e li rifili agli altri con alquanto imbarazzo e quando fai la carità. E’ la festa insomma: bisogna divertirsi quando, tra la fame e la prigione e prendere le cose come vengono. Dal momento che sei seduto, non è più il caso di lamentarsi. E’ sempre qualcosa di guadagnato.
La gran fatica dell’esistenza non è forse insomma nient’altro che questo gran darsi da fare per restare ragionevoli venti, quarant’anni, o più, per non essere semplicemente, profondamente se stessi, cioè immondi, atroci, assurdi. L’incubo di dover sempre presentare come un piccolo ideale universale, un superuomo da mane a sera, il sottouomo zoppicante che ci hanno dato.
Non credete mai a prima vista all’infelicità degli uomini. Chiedetegli se riescono ancora a dormire… Se sì, va tutto bene. Basta quello. Non mi sarebbe più capitato a me di dormire profondamente. Avevo perso come l’abitudine di quell’abbandono, quello che bisogna proprio avere, davvero incommensurabile per addormentarsi completamente in mezzo agli uomini.
La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.
E’ tutto quello che hai conservato della vita. Questo piccolo rimpianto atroce, il resto lo hai più o meno vomitato lungo la strada, con molti sforzi e pena. Non sei altro che un vecchio lampione di ricordi all’angolo di una strada dove non passa già quasi più nessuno.
Avere dei dispiaceri non è tutto, bisognerebbe poter ricominciare la musica, andarne a cercare ancora di dispiaceri.
VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE – LOUIS FERDINAND CÉLINE
CORBACCIO EDITORE
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